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siparietto

time

 

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Fu il tiepido suono d’anni

che partorì il sonno delle foglie,

radici come braccia,

i solchi dell’infinita malinconia,

i chicchi dell’orfano mestiere

_contar l’alba sonnambula,

la sedia, la stanza, il danno,

il pugnale d’un compleanno_

 

 

foto di Alessio Miglino
Vigneti d’Inverno, 1976

 

 

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Granellitudini

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Un po’ piano. Un poco, forte. Come l’eco che gioca a prove di timidezza, mio caro. Un po’ chiaro, tu, un po’ di molto, spento come i pomeriggi senza ombre e sigarette. Ai bordi di tutti i tuoi nomignoli, provo un disagio che si spalanca da sé. Come i cassetti che s’arrendono alla polvere. Sento l’orgoglio di sgorganti incertezze, un gusto d’ozio malefico. Un’atmosfera di frigide risate. Così mi dedico all’ora del the, mio caro. Amara e sublime. Sfatta di passi, riverita d’una vanità disperata. Così per gorgoglio. Turbinio. Un final d’io.

Tatto

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Vorrei amare in segreto. Più da viva che da morta.
Una costellazione di mani. Un tatto leggibile.
In segreto, amare i declinanti addii.
Le lucine che si perdono nel sentiero e, sai, come ognuno
sa in cuor suo, che mai, e più, torneranno. Vorrei. 
Sempre.In segreto. Andandomi piano. Così. Zitta zitta.
Senza che il padre sappia. La vicina oda.
Che sto tremando al centro invisibile. Pensieroso.
Amoroso. Avanti e indietro. Nella culla stagionale.
Nell’ora in cui il seme fischia, irrompe, germoglia.
E. Guarda il morir d’una foglia. Il giogo, pure, delle formichine.
La fatica del cielo. Oh! Quel fischiettar d’ogni
sottovoce, vorrei. Amare. Trattenere. Per ultimo
volo. Con me. Dentro. Leggibile. Vedere.

 

 

2015

Così. Cose.

 

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Le cose che porto hanno un nome,

l’ostia dei giorni, l’ortica che squittisce.

Tutto, dalle ginocchia agli occhi.

La seccatura dei transiti.

La potatura delle presunzioni.

 

28 settembre 2009

decision’ire

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L’odore dei tuoi occhi ho rimandato

Il cespuglio della tenerezza.

 

 

20 Novembre 2018

 

ph.Alicja Brodowicz

 

meditAzione

 

 

 

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Poi. Sforo mattini di misurata indifferenza. Misurato dolore. Una chiocciola di lentezza opaca. A destra dell’occhio destro, urgenze scadute, qualche volo leggero andato a male. A sinistra, sempre nell’occhio aperto a metà, propositi d’un nulla che faccia bene. Un ben di nulla. Un posto di tuttoapposto. Un digiuno d’occhi chiusi. Uno sbrinar lento di rose. Chiaro, tenue veleno. Culla d’archimbaleno, come diceva il figlio piccolo alla finestra. Due punte d’occhi. Il formaggino nella minestra.

 

2 Novembre 2018

sequenze

 

 

 

 

André Gilbert SchmuckiSilenziose donne in un bar. Composte nel loro lino molle, sgualcito. Fuori, fuori ogni muro, i compleanni a dolere. Fuori. Sedute, come ci fosse uno sposo, un subbuglio in attesa. La camicetta in morbidezza sui seni. Le dita nel tuffo panna, crema al cioccolato. È un viaggio di pose necessarie: guardare l’orologio, destinarsi agli sguardi. Altre donne entrano. Bevono un caffè senza girare lo zucchero, come un fuggir di bocca. Vanno col tempo nelle spalle, le donne. Uomini distratti, spiccioli assenti lasciano. La cassiera, dall’ombra, stana un sorriso sottile. Il neon fredda gli occhi di Marta? Natalia? Come si chiamano le donne col semplice trucco di pesca immatura, gli orecchini che dondolano, curiosi? Dora non ha sopracciglia. Marta si guarda attenta. Forse Natalia borbotta un ritornello, secco, dal mattino.  /Ci si sveglia, a volte, con la punta d’una nota che insiste /. Rosa dimentica borsette. Accompagna  memorie negli gli zainetti.  Marta lascia dondolare braccialetti sulle tazzine, ossicini di pensieri accanto ai cucchiaini. A volte, a fuoco lento, lei s’abbrustolisce d’amore, bacia in bocca gli uomini nelle fotografie. Natalia gioca con mani d’anelli, s’appunta bagliori sui seni. Indossa eccentriche giarrettiere e fine palato di aromi. Per. Quando il bar chiude. O, solo, quando le tendine ballano nella pioggia. E i rumori  restano. In semicerchio di tuoni. Nel dietro nuca. Dolori a figliare.

 

foto: André Gilert Schmucki.

me.mory

Mustafa Seven

 

 

Ho incontrato un amico dal cuore fioco,

specie di gag, spalle vista mare.

Russe signorine, tacchi in posa,

rullo di rossett’io,

orecchini nuance cerise.

Per lungomare,

vecchi

a espiare sale,

un quadrato di mare.

La fornaia, ombra piccolina:

Non è ancora pronto,

m’ha detto, ricucita.

E

dopo un suono debole di nebbia,

bianco, da sé, il sole.

1 Marzo 2009

 

Foto: Mustafa Seven

Ottobre, addì.

Ben Sasso

 

Non sarò famosa che dentro questa casa di carta. Tra una stanza di stagione e l’altra. Con fili di partenze nell’aria luminosa come pannocchie al sole, per poi, a sera, tornare. Due tre tramontane di sogni. I saggi proverbi di mammà. Il frigo con qualche gelo di tempesta a conservare. A stendermi di poesia. A sorreggere un suono di felicità che ancora esiste, persiste nei ciocchi degli inverni. Non sarò viva che in questo capitarmi di visioni, illusioni, allusioni. Nei nomi delle cose, le infinite pose. Le nozze con i baci andati. I suoi, come maniche lunghe a rimboccare. Fino a sfiorar le suole. Per dirsi – È ora di non più fare. Solo, in leggera fermezza, andare, andare.  Sé, volare.

 

15 Ottobre 2018

 

Foto: Ben Sasso

frutt’ire

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Sotto terra, sotto terra,  scorrono gli arrembaggi.

Quella ferita altoparlante. Frutterellando. Fra tanto.

 

Foto Peter Kertis